Fu innalzato da San Luigi Orione, in seguito ad un voto emesso con la popolazione del rione S. Bernardino di Tortona il 29 agosto 1918, per ottenere attraverso l’intercessione della Madonna la fine della guerra, la desiderata pace e il ritorno dei combattenti. Benedisse la prima pietra il 23 ottobre 1926 il cardinale Carlo Perosi, tortonese; l’inaugurazione del nuovo santuario fu compiuta dal vescovo di Tortona Mons. Simon Pietro Grassi il 29 agosto 1931. E nel 1991 a 60 anni di distanza il 24 agosto S.E. Mons. Luigi Bongianino vescovo di Tortona consacrò il Santuario e il nuovo altare.
Cenni storici
L’apparizione della Madonna della Guardia
La Madonna della Guardia è apparsa sul monte Figogna, presso Genova, il mattino del 29 agosto 1490, a un umile contadino, chiamato Benedetto Pareto. Era del vicino paese di Livellato; buon uomo, all’antica, profondamente pio e religioso. Fin dall’alba, Benedetto, spingendosi innanzi il piccolo gregge, si era portato a far dell’erba sulla vetta del monte; ed erano parecchie ore che sudava nell’ardua fatica. Il sole saliva sempre più alto e segnava le dieci. Benedetto posò il falcetto, e si recò sul margine del poggio, dove attualmente sorge la Cappella dell’Apparizione, e di là spinse lo sguardo giù, sul noto sentiero, sperando di scorgere la moglie, che, a quell’ora, era solita portargli il modesto desinare. Forse il buon uomo pensava che ella avesse incontrato sui suoi passi qualche donna con la quale si fosse fermata a barattare le solite quattro chiacchiere. Pensava così, ben deciso però a non muover parola alla consorte, per non suscitare da parte di costei una di quelle solite discussioni a cui troppo facilmente essa si lasciava andare. Ma ecco, d’improvviso, tra un fruscio di luce candidissima, apparirgli dinanzi una maestosa Signora. Affascinato dalla meravigliosa visione, Benedetto cadde ginocchioni dinanzi alla celeste Signora. Lo stupore e la commozione gli facean nodo alla gola. Egli contemplava con le lacrime agli occhi, ma parlar non poteva. La Madonna – giacché era proprio lei – gli disse: “Benedetto, non temere: sono Maria, la madre del Signore. Vedi, lassù la vetta del monte? (e levando la destra gliene indicò la località). Là tu mi devi fabbricare una chiesa. Pregate e fate penitenza! Questa montagna diverrà santa: sarà come un trono di grazie e di misericordie per il mio popolo”. Allora il buon uomo, rinfrancato dal primo stupore, cominciò a dire. “Ma io sono un povero, o mia Signora, e sono un peccatore… come farò? Chissà quante difficoltà mi faranno!”. “Benedetto, – replicò la Signora – tutto sarà facile: io sarò con te!”. Promise allora il Pareto che avrebbe fatto quanto la Santissima Vergine chiedeva, e Maria disparve, lasciandolo pieno di soavissima consolazione.
Il primo miracolo
Incombevano le stelle sulla casuccia di Benedetto, quando avvenne la seconda apparizione. La Santissima Vergine, dopo averlo rimproverato per la disobbedienza, e avergli rinnovato l’obbligo di costruirle la già indicata cappella sul monte, gli disse: “Alzati, che sei guarito”; e Benedetto Pareto, miracolosamente e istantaneamente si sentì liberato da ogni male, e la sua gamba come se non si fosse mai rotta. Era notte, ma egli balzò immediatamente gridando: “Ho visto ancora la Madonna! La Madonna mi ha guarito! Ecco che sono guarito!”. Tutti i vicini furono svegliati e balzarono su; la moglie poi piangeva di consolazione e di fede: il miracolo fu subito evidente a tutto il paese. La popolazione conobbe così che la Madonna era apparsa: e tutta unanime fece voto d’innalzare sulla montagna, fatta santa dalla Madonna, una cappella in onore della Vergine Santissima. Il prodigio strepitoso della guarigione e altre grazie e miracoli, che seguirono immediatamente, valsero non solo ad attirare sul capo di Benedetto un’aureola di rispetto e di venerazione, ma, quando il pio contadino venne santamente a morire, il popolo del paesello natio e dei dintorni usò chiamarlo col titolo di “beato” Pareto.
Il primo Collegio
Ancora giovane chierico partecipò alle attività della Conferenza di San Vincenzo e alla Società Operaia di San Marziano. Nel 1892, tre anni prima di diventare sacerdote, sull’esempio di Don Bosco fondò il primo oratorio festivo per giovani, che il 15 settembre 1893 diventerà Piccola Opera della Divina Provvidenza. Infatti, con il permesso del vescovo monsignor Bandi, prese in affitto nel rione di San Bernardino una casa dove ospitare fanciulli poveri desiderosi di studiare per diventare sacerdoti. Per questi motivi è lieto di ritrovarla nel sobborgo di S. Bernardino quando, nel 1893, apre il suo primo Collegio nella casa Stassano. Ai suoi piedi, nella povera antica chiesetta, porta i ragazzi ad ascoltare la Messa, durante funzioni pubbliche, semplici e modeste, alle quali partecipavano umili donne del rione, per la massima parte lavandaie, che faticano lungo le sponde della roggia che allora corre allo scoperto. Della Madonna e di S. Bernardino Don Orione continua ad interessarsi anche quando nel 1894 porta la sede del Collegio tra le mura del Convento S. Chiara in via Emilia. Vi manda poi sacerdoti a celebrarvi la Messa e a compiervi i riti della liturgia mariana e, intimamente, spera che la Madonna tocchi il cuore agli abitanti del già popoloso sobborgo. Ma sono tempi difficili per irreligione e per funesta propaganda di miscredenti. Più di una volta Don Orione aveva confidato: “Allora a Tortona erano rossi e a S. Bernardino più rossi… da più di dieci anni a S. Bernardino non ci si poteva venire da noi preti. Perché? Perché erano rossi! I socialisti non volevano vedere i preti, disprezzavano la religione e schernivano i preti… Ma quei di S. Bernardino tolleravano che ci venisse un prete… Dicevano che quel prete era socialista…” Era Don Orione, quel prete, figlio di un selciatore di strade e di una contadina di Castelnuovo Scrivia. In che senso Don Orione fosse ritenuto socialista, lo spiega meglio egli stesso: “Lo credevano tale, perché, man mano che gli operai partivano per il fronte e lasciavano a casa i figliuoli poveri e senza custodia, quel prete se li prendeva e li manteneva e li istruiva: per questo dicevano che era mezzo socialista, perché voleva bene alla povera gente e raccoglieva gli orfanelli che non avevano più la mamma e rimanevano orfani di padre, orfani di guerra… E quel prete poteva venire sempre a S. Bernardino. E vi erano qui a S. Bernardino le lavandaie. Quelle lavandaie si lamentavano perché la guerra non finiva mai”. Era proprio Don Orione quel prete che avrebbe voluto ridare splendore ai santuari mariani di Rinarolo e di Monte Spineto e, per quello di Rinarolo, aveva già supplicato: “Il sottoscritto chiede gli venga affidato quel Santuario… La città di Tortona non ha altro Santuario; la fede di Tortona si va perdendo. Gli pare che un mezzo per tenere viva in Tortona la fede potrebbe essere anche questo: dare più vita al Santuario di Rinarolo dove, con un prete stabile e un po’ di cura, si potrebbe forse fare tanto bene quanto in una parrocchia… Il sottoscritto si offre di fare qualche cosa di questo, finché il Capitolo non abbia modo di meglio provvedere”. Nel frattempo, nel 1913, a S. Bernardino riesce ad avere la casa Stassano, sede del suo primo Collegio, poi trasformata in locale Camera del lavoro.
La costruzione
Il voto popolare
Era una guerra che non accennava mai a finire, quella del 1915-1918 ma Don Orione aveva fede che la Madonna avrebbe aiutato a por termine a quel conflitto. Ed è proprio il 29 agosto 1918 che “a voce di popolo, – è lui che riferisce – si è fatto voto a Maria Santissima che si sarebbe innalzato in S. Bernardino di Tortona un Santuario degno, a onore e divozione della Madre di Dio, sotto il dolce titolo di celeste guardiana della Chiesa e d’Italia, se la Vergine avesse affrettato la fine della guerra con la vittoria delle bandiere italiane, dando pace al Paese e restituendo alle famiglie sani, salvi e vincitori i nostri soldati”. Il 15 settembre risuona l’appello di Don Orione: “Nel nome di Dio e della celeste Madre del Signore, Maria Santissima: con la piena approvazione del nostro caro e veneratissimo Vescovo, Monsignor Simon Pietro Grassi, vi chiamo, o fedeli, ad aiutarmi ad innalzare in Tortona, a S. Bernardino, un degno Santuario votivo alla Madonna della Guardia. La chiesetta attuale – dove la Madonna della Guardia è in tanta venerazione umida, poverissima, squallida e incuneata in un vecchio fabbricato, era già affatto insufficiente per la popolazione del grosso sobborgo di S. Bernardino e appare ora tanto più angusta davanti al concorso dei devoti pellegrini… E chi ora non vorrà aiutarmi?”. Primo per adesione e contributo è il Vescovo Grassi che il 20 ottobre scrive a Don Orione: ‘’Per questo noi, che pure da tempo andavamo, nel segreto del cuore, accarezzando una non dissimile idea, plaudimmo tosto al degno e benemerito promotore di questa, che ci parve subito una ispirata iniziativa, e, solo spiacenti che le particolari difficoltà del momento non ci consentissero di far subito più e meglio, ci affrettammo nondimeno ad incoraggiarla con la oblazione… Noi vorremmo che l’appello di Don Orione trovasse per le vie dei cuori una pronta, larga ininterrotta eco, non di sterili simpatie, ma di generosi contributi”. Ai primi di novembre esce il bollettino del Santuario con il titolo: La Madonna della Guardia. Era un fogliettino minuscolo, popolare, quindicinale che doveva essere, secondo l’intenzione di Don Orione, il portatore e insieme l’animatore della pietà dei devoti della Madonna e dei Santuari. Tre giorni dopo la guerra è finita. Al giubilo generale si unisce anche quello di Don Orione che, dalle colonne del bollettino ricorda a tutti l’impegno solenne del 29 agosto: “O voi dunque, italiani credenti ed onesti, o voi, che pensate, voi intendete tutta la sublimità di questo voto di popolo, in quest’ora così solenne, così bella per la Patria e per la civiltà”. Sullo stesso numero il Vescovo Grassi invita tutti alla gratitudine a Dio e alla Vergine Santissima e fa voti per il rifiorimento della vita religiosa di Tortona e del quartiere di San Bernardino.
Posa della prima pietra
Il 23 ottobre 1926, alle ore 16, il Cardinal Carlo Perosi, fratello del maestro Lorenzo si porta a S. Bernardino per la posa della prima pietra del Santuario alla Madonna della Guardia. “La prima pietra del Santuario – aveva già bene precisato Don Orione non è una pietra qualunque, ma un mattone della Porta Santa della basilica di S. Pietro in Vaticano. Ecco venne già benedetto dal grande Papa Leone XIII nel 1900, poi fu tolto, dopo 25 anni, nel Natale del 1924, all’apertura della Porta Santa. Nei 25 anni furono migliaia e milioni i fedeli d’ogni età, d’ogni lingua, d’ogni nazione che hanno baciato reverentemente questa pietra santa, portata ora a Tortona e che va ad essere la prima pietra del nostro santuario della Guardia”. Durante il tragitto dal Municipio a S. Bernardino, il lungo corteo di circa 40 automobilisti passa in mezzo a due fitte ali di popolo plaudente. Il rione di S. Bernardino è imbandierato. Il corteo è preceduto dagli alunni del Convitto paterno e dell‘istituto Dante Alighieri. La cerimonia ha inizio con la lettura della epigrafe latina, scritta su pergamena, che verrà suggellata nel cuore della prima pietra, il mattone di S. Pietro sovrapposto a un magnifico blocco di marmo, donato e inciso per la solenne circostanza dal cavalier Ernesto Ferretti. Si fa silenzio sul luogo dove ha pregato S. Bernardino e spiccano nitide le parole del documento.
“Deo optimo maximo – in honorem beatae Mariae Virginis – Civitatem custodientis – dicandum – Derthonensis civitas – Aloysio Orione religiosae societatis praeposito – a Divina Providentia nuncupante – praeeunte – sanctuarium condendum – in vico Sancti Bernardini – decrevit ut ubi iam aetas religiosa refriguit – Deipara intercedente – ardescat christiana charitas – Pio XI Pontifice Maximo – Victorio Emanuele Italiae rege – Simone Petro Grassi – derthonensi Episcopo – Carolus Perosi – tituli S. Eustachii – Sanctae Romanae Ecclesiae diaconus cardinalis – primum lapidem rite benedictum – die XXIII octobris MCMXXVI – ponendum curavit”. (Perché sia dedicato a Dio Ottimo Massimo in onore della Beata Vergine Maria Guardia della Città, il popolo di Tortona, promotore Luigi Orione, superiore della Congregazione religiosa detta della Divina Provvidenza, ha stabilito di innalzare il Santuario nel Rione di S. Bernardino, affinché là dove il fervore della pietà religiosa si era raffreddato, si riaccenda, per intercessione della Vergine Madre di Dio, la cristiana carità. Essendo Pontefice Massimo Pio XI, re d’Italia Vittorio Emanuele, Vescovo di Tortona Simon Pietro Grassi, Carlo Perosi, del titolo di S. Eustachio, Cardinale diacono di Santa Romana Chiesa, il 23 ottobre 1926 pose la prima pietra, dopo averla liturgicamente benedetta).
Dopo un breve e ispirato intervento di Don Orione, ha inizio la cerimonia di benedizione della prima pietra tra la più viva commozione dei presenti tra cui il sindaco, generale Salice, il barone Garofoli ed il pittore Cesare Saccaggi. Presiede il rito il Cardinal Perosi, assistito da Mons. Villa e Mons. Capra di Alessandria, da Mons. Legé e dai Canonici Perduca e Lovazzano. Mentre si svolge la funzione diretta da Mons. Grosso, i due Vescovi Cribellati e Grassi e le autorità vanno a firmare la pergamena, che viene posta in un tubo di metallo con alcune medaglie ricordo dell’anno Santo 1925, altre medaglie sacre ed alcune monete. Firma la pergamena anche la benefica famiglia Marchese, tutta presente e firmano pure altre distinte persone. Prestano servizio i chierici del Seminario teologico, i quali svolgono la parte dei canti in modo veramente mirabile. Al termine, commosso, Don Orione, ringrazia tutti i convenuti ed ha un pensiero particolare per “tutte le famiglie di S. Bernardino, dalle più ragguardevoli alle più umili, a tutti quelli che ci verranno in aiuto durante i lavori imminenti, anche ai carrettieri e alle buone lavandaie. Esse saranno le prime ad aiutarci; esse saranno un poco come le nostre braccia, quelle che faranno conoscere la nuova costruzione e ci verranno incontro con ogni mezzo. A tutti, fin d’ora, porgo l’invito più caloroso di intervenire, fra qualche anno, all’inaugurazione del Santuario. Ripresosi in poco tempo, anche per intercessione della Madonna, da una pericolosa malattia nel novembre del 1926, Don Orione, ai primi del nuovo anno è già al lavoro per “affrettare il disegno del Santuario della Guardia”. Non a caso affida l’incarico di redigere i progetti all’ing. Monsignor Spirito Maria Chiappetta (1868-1948), degnissimo sacerdote e valentissimo artista, residente a Roma e chiamato in Vaticano dalla stima del S. Padre per costruire o restaurare chiese e canoniche nell’italia meridionale. Don Orione conosce Mons. Chiappetta sin dal 1915-1916 perché è stato chiamato ad Ameno (Novara) a costruire il santuario annesso all’ospizio S. Antonio, già dimora della contessa Agazzini, che il nipote, teologo Fortis, donerà alla Piccola Opera. Sin da allora si parla del santuario da costruire a Tortona e Mons. Chiappetta, nella sobria chiarezza del suo stile gotico, provvederà ad aggiungere a quanto da lui realizzato a Milano (S. Camillo), in Brianza, a Vigevano e a Pompei, anche la nuova chiesa di S. Bernardino, non ultima fatica sua prima di ritirarsi a villa S. Cuore di Triuggio, in Brianza, presso i padri Gesuiti. Don Sterpi, che è a Roma per rimettersi in salute, ha il compito di curare i rapporti con l’ingegnere, mentre Don Orione, rimasto a Tortona, cerca di rimuovere le ultime difficoltà di natura amministrativa (e vi riesce) per affrettare l’inizio dei lavori. Nel corso del 1927 Don Orione viene predisponendo la collocazione del Santuario, avendo ben presente che, l’area trapezoidale dell’orto Marchese, ha il lato della base minore all’incontro tra corso Genova e Via Postumia limitato da alcune case che rallentano la stesura dei progetti. Da Roma, dove si è recato a far visita al Cardinale Perosi infermo, fa sapere a Don Sterpi il 3 marzo: “Ieri fui da Don Chiappetta, ed ho visto il progetto. Sono contento. Lo dovrà ridurre un poco, perché non ci sta nell’ortone; ho acquistato quella casa davanti e desidero che la facciata la tiri più avanti, quasi dove ora è la casa di Domenico Stassano. Così dietro il Santuario ci resta da fare ancora l’Ospizio per i vecchi. A giorni mi daranno il disegno”. A Natale trasmette a Don Sterpi, che si trova a Roma, quanto necessario per un più sollecito avvio dei lavori, ma ci sono ancora ritardi e difficoltà: “Vi mando quanto l’ingegnere Don Chiappetta chiedeva per fare il disegno. Il ritardo è stato causato dal desiderio di potere avere tutto quel gruppo di case davanti, verso Tortona. Non vengono; io volevo liberare la facciata e tirare un po’ innanzi il Santuario. Pazienza! Bisognerà stare nell’orto e fare la facciata verso Tortona, ma stare un po’ indietro per farvi un po’ di gradinata ed un piccolo spiazzetto”. Di pazienza Don Orione ne ha avuta sempre molta. Aspetterà.
Cominciano i lavori
La domenica in Albis (15 aprile 1928), vigilia dell’inizio dei lavori, dopo di aver procurato picconi, vanghe e badili, Don Orione, particolarmente contento, dà una Buona notte diversa ai chierici riuniti in Cappella: “Domani, dunque, partirete di qui, anzi, partiremo di qui, perché, in testa, voglio esserci io a guidarvi e a farvi strada, almeno idealmente… Partiremo di qui con gli strumenti del lavoro, con tutto quello che troverete utile e adatto al lavoro che vogliamo iniziare… Nessuno, penso, si vergognerà di attraversare la città con delle vanghe e delle zappe sulle spalle. Non si va alla conquista della terra, ma a fare un santuario… Quindi niente rispetto umano! Se qualcuno dirà qualche cosa, ci sarò io in testa a riceverla, a farvi scudo, a difendervi da qualche parolina pungente, forse da qualche sorriso un po’ così… Non dobbiamo spaventarci per così poco! Dovremo fare ben altro per la Madonna!… Domani incomincia un’era, un’epoca nuova per la Piccola Opera: inizia quella che possiamo chiamare l’era mariana della Piccola Opera… Che grande cosa ci concede il Signore! Che grande onore e speciale merito ci concede la Madonna! Di costruirle un Santuario, un grande santuario – avete visto il disegno – degno certo dei più grandi di questi ultimi tempi. Pensate questa sera, pensate d’ora in avanti che cosa vuol dire fare un Santuario”. Il pomeriggio del giorno 16, nel cortile della Casa Madre, Don Orione dà gli ultimi avvertimenti ad un folto gruppo di Chierici: “Ricordate che siete il primo gruppo di Chierici che lavora al Santuario! Chi di voi è piemontese? Chi di voi è lombardo? Chi di voi è ligure?” e passa in rassegna tutte le regioni d’Italia: “Viva l’Italia”, grida al termine di quel geografico appello, “Andate con spirito di fede a iniziare il Santuario. Verrà poi altra squadra a sostituirvi, l’ultima porterà a casa i ferri. Armi in spalla!” Alle quattro in punto un centinaio di giovani, chierici e sacerdoti di tutta Italia e anche di Polonia, bene inquadrati, con abito talare, con piccone, badile o vanga in spalla, imbocca la via Emilia e vanno a raggiungere il cantiere di S. Bernardino, tra i battimani dei presenti e di un fitto stuolo di popolo che spontaneamente si aduna al passaggio dei lavoratori della Madonna. A S. Bernardino, uno dopo l’altro entrano nella chiesetta, depongono sulla soglia in vista della bella statua della Madonna gli arnesi di lavoro, recitano un’Ave Maria intonata da Don Orione e si portano nel recinto dell’orto Marchese, dove Don Orione, recitata ancora un’Ave Maria dal più profondo del cuore, dà inizio ai lavori di scavo delle fondamenta, proprio là dove S. Bernardino ha predicato e cantato le lodi alla Madonna delle Grazie. I chierici lavorano divisi in due squadre: i piccoli portano i mattoni dal luogo della prima pietra verso la chiesetta. I grandi eseguono lo scavo e caricano di terra i carretti dell’impresa Foglia. Don Orione lavora alacremente fin verso le sei di sera. Ognuno si dedica alla fatica in spirito di santa emulazione, quasi ad essere più caro di un altro. Paternamente Don Orione fissa le regole di questa santa gara: “Tutti mi sono cari; ma voi altri, che lavorate al santuario, e preparate la casa alla Madonna, mi siete carissimi e anche Don Sterpi che viene con voi, sarà un carissimo”. Si lavorerà di lena sotto la direzione del geometra Marino Cantù, del signor Paolo Pattarelli (poi deceduto) e del capomastro Michele Bianchi, venuto giusto in tempo da Buccinigo d’Erba (Como) a condurre per mano la perigliosa navigazione edile di un’opera così imponente. Il lavoro procede a squadre. Mentre una squadra lavora, l’altra è allo studio. Alla fine del turno ci si riposa studiando. Quando manca qualche insegnante, Don Orione va a fare scuola di latino e di italiano e, alla sera, scherzosamente controlla se, sulle mani dei suoi carissimi sono cresciuti i calli. Una ferrovia decauville (a piccolo scartamento usata nei cantieri), che passa sul terreno dei fratelli Massone, agevola il trasporto della terra che viene portata via dai soldati per opere di giardinaggio alla caserma Passalacqua e dal municipio per colmare una fossa presso la Piazza delle Erbe.
UN ALTRO MIRABILE SEGNO
Il 17 ottobre è una bella giornata autunnale, come ci sa regalare anche il cielo del Piemonte, quando è bello. Sotto l’occhio vigile di Michele Bianchi un chierico, con il muratore Mario Battegazzore, è impiegato a smontare un’impalcatura, che va rifatta più in alto per i lavori di incastellatura del tetto. Verso le 11 avviene un piccolo incidente. Il chierico, nel passare un travetto cadrebbe di sotto se non avesse la prontezza di spirito di abbrancarsi all’antenna più vicina. Dopo il pranzo, a base di polenta, si riprende a lavorare. Ci sono ancora sei metri di impalcatura da smontare sopra il vano della scala a chiocciola che guarda verso corso Genova. Nel gettare una tavola lunga quattro metri, sul piano superiore dell’impalcatura, il chierico mette un piede in fallo, perde l’equilibrio e, con la tavola che lo regge, vola di sotto, nella cripta, da un’altezza di 18 metri. Ha la presenza di spirito di invocare: “Gesù e Maria, salvatemi!”. Vola di sotto, a testa in giù, e pensa dentro di sé: “Cosa dirà la mia mamma e mio papà vedendomi così rovinato, con una gamba rotta e sangue uscente da ogni parte?”. Durante la caduta una mano misteriosa deve averlo capovolto se, alla fine del volo, si trova seduto, entro la cripta, su di un terreno soffice, che lo invita ad alzarsi, ma non può, perché la vista comincia a farsi nebbiosa. Nel frattempo, sull’orlo murato della cripta si affacciano trafelati Don Perduca, il signor Bianchi, l’assistente Costamagna e gli altri soccorritori. Scendono sul fondo e tentano di sollevare il chierico che, con gesto perentorio, li ferma: “Lasciatemi stare, perché mi fa male la schiena”. I soccorritori ubbidiscono: “Se lo tocchiamo pensano – ci muore fra le mani. Se ha rotta la spina dorsale, niente da fare” e lo lasciano seduto per terra. Il signor Bianchi, che lo aveva seguito per tutta la giornata, è per una terapia reattiva a base di scossoni. Dopo un quarto d’ora i soccorritori possono portare il chierico fuori dalla cripta e adagiarlo su di un materasso. Gli vogliono levare le scarpe, per meglio adagiarlo. Il chierico, ancora una volta, vigorosamente si oppone: “Non levatemi le scarpe – supplica tra tanti sguardi meravigliati – perché ho le calze rotte”. I soccorritori sorridono e si guardano con un’occhiata d’intesa: “Oramai non muore più”. Per pura precauzione si fermano due o tre macchine delle più grosse per trasportare il ferito al non lontano ospedale, ma il materasso non passa attraverso la porta. Si chiama l’ambulanza che, allora, era una carrozzella a forma di lettiga, tutta chiusa su due grandi ruote e spinta a mano dai volontari del pronto soccorso. Dall’interno, il chierico ferito, ode il cordoglio della gente già fitta lungo la strada: “È morto, è morto! Povero figliuolo, chissà come sarà ridotto!“. All’ospedale, dopo una visita accuratissima, che non rivela lesioni di una certa entità, i medici si limitano a praticare una iniezione contro eventuali infezioni. Trattengono il chierico in osservazione per una quarantina di giorni e, dopo due mesi, il ferito riprende il suo lavoro di garzone della Madonna, alla quale esprime ancora una volta la sua imperitura, filiale gratitudine, riconoscendo nel suo intervento prodigioso la gioia della sua seconda vita. Era il chierico lavoratore BRUNELLO DOMENICO, divenuto poi sacerdote della Congregazione, che il 28 marzo 1992 ha celebrato il suo 50° di sacerdozio, innalzando l’inno di ringraziamento a Dio proprio qui nel Santuario. A Tortona, la sera del 17 ottobre, si grida al miracolo, la gente a frotte va a curiosare nel vano della cripta e, naso all’insù, misura i metri di quella caduta, troppi per non gridare ad un intervento veramente prodigioso. “Sento che qualche disgrazia sta per capitare” aveva confidato Don Orione e raccomandava di pregare per i chierici che lavoravano alla costruzione del Santuario. “Io me la sentivo – ripete ancora una volta – ringraziamo la Madonna che tutto è avvenuto senza gravi conseguenze”. C’è tutta una copiosa raccolta di testimonianze su disgrazie evitate e su pericoli superati, per particolare intercessione della Madonna della Guardia che, nel marzo 1927, a sua confessione, aveva fatto la grazia a Don Orione che nulla di grave accadesse durante la costruzione del Santuario.
La raccolta del rame
Nel crudo dell’inverno, quando più largo batte il cuore dei contadini, Don Orione percorre la diocesi, paese per paese, per la questua del rame necessario per la statua della sua Madonna. Ogni paese, una discorsa (così Don Orione chiama le sue prediche) e tanta fede, tanto entusiasmo davanti a cataste di rame da benedire sul sagrato o dentro la Chiesa. Volpedo, Lungavilla, Silvano Pietra e Casteggio sono le prime località di questa singolare peregrinazione mariana. A Lungavilla il parroco Don Vittorio Carrera dona una bella e forte automobile per il trasporto del rame, quello vecchio e quello nuovo perché, chi non ha in casa una pentola vecchia da donare è corso sùbito a comprarne una nuova. Don Orione lo chiamano ormai “il prete delle pignatte rotte” e, nonostante sia afflitto da un grosso vespaio al collo, appena fasciato, che gli procura debolezza e sofferenza, si porta a Castelnuovo Scrivia, il paese di sua madre, il paese dei “padellini”, perché, degli abitanti del paese si dice che, in quattro, mangiano un uovo nel padellino, ne avanzano ancora un pezzetto da vendere in piazza. Una grossa bugia perché, a Castelnuovo, in una chiesa piena come un… uovo, Don Orione benedice davanti l’altare della Madonna, più di sei quintali di rame e oltre trenta chili di monete fuori corso. E altro rame che attende a Molino de’ Torti, anche se in canonica il Dottor Stoppino scuote il capo. “Ma non sa, caro Don Orione, – gli dice con calore quel bravo chirurgo del Dottor Stoppino, guardandolo con uno sguardo pieno di sincerità, da gran galantuomo – non sa lei che, se io sapessi esservi in Castelnuovo qualche persona con un bubbone di quella brutta stirpe, mi leverei di notte per portarmela all’ospedale e operarla? Lei ha la febbre e sul pulpito non deve andare”. Don Orione chiede solo di fare un salto a Molino de’ Torti, per una delle sue solite chiacchierate – chissà che non siano le ultime prediche? – ottiene il permesso e, alle 20.30 è in ospedale a Castelnuovo, atteso dal chirurgo, dal prevosto e dal cappellano. L’egregio Dottor Stoppino taglia con mano maestra e porta via un bubbone grosso come una noce e brucia ben bene il tutto come scienza medica vuole. Con il collo e con la testa fasciata, Don Orione se ne torna a Tortona, come chi torna da una battaglia (son parole sue) e arriva ancora a tempo “di spaventare questa brava gente di casa, che già stava in ansietà pel ritardo e che, al primo mostrarmi, credette a un pericoloso incidente di macchina”. Ma, per Don Orione, il pericolo più grosso era ancora da venire: “star fermo facendo il poltrone” su ordine del Dottor Codevilla, quanto mai parco nel concedere al convalescente permessi di uscita. Convalescente, dopo l’intervento chirurgico al collo, manda Don Sparpaglione a Rivanazzano per la raccolta del rame. Ma non appena può sgusciare di tra le maglie di quella medica custodia del Dottor Codevilla, di persona va a Monleale, a Basaluzzo, a Fresonara, a Viguzzolo e a Casalnoceto, dove trova accoglienze festosissime, tanto da sentirsene umiliato ed una quantità di rame superiore a quella che poteva immaginare. Poi è la volta della Val Borbera: Cabella, Albera Ligure, Rocchetta (170 chilogrammi di rame, considerate le poche case), Cantalupo, Persi, Borghetto. Durante le prediche lo sentono spesso esclamare: ‘’Vorrei morire gridando: ‘’Viva Maria!”. Attraverso Arquata Scrivia si porta a Novi Ligure, dove il rame è raccolto sotto la secentesca volta della Chiesa parrocchiale di S. Nicolò. Quella sera Don Orione è in vena di confidenze: quasi pagate le 12 colonne del Santuario per la somma di 300 mila lire, cinque milioni di mattoni pagati, pagato lo zoccolo che corre tutto intorno alla Chiesa. Lo stesso dicasi per il legname necessario per le travature del tetto e per le impalcature. ‘Venti quintali di rame occorrevano a Don Orione – Scrive il Corriere della Sera – quand’egli lanciò il proclama di adunata delle pentole rotte, e oggi, sia per l’effetto della fede degli uomini, o dell’abbondanza delle pentole rotte, fatto è che di quintali già se ne contano più del bisogno”.
L’inaugurazione del 1931
Dopo di aver baciato i sacri limiti della Basilica di S. Pietro in Roma, alle tre del mattino del 21 luglio, otto chierici della Divina Provvidenza (due di essi hanno da poco superato i 15 anni), alunni del Pontificio seminario Lateranense e dell’Università Gregoriana, lasciano la capitale e, in devoto, francescano pellegrinaggio, salgono alla volta di Tortona, in modo da essere presenti il 29 agosto all’inaugurazione del Santuario della Madonna della Guardia. Divisi in due gruppi di quattro pellegrini ciascuno, il primo segue la via Flaminia e passerà per Assisi, Loreto, Repubblica di S. Marino, Bologna (dove si fa sosta il 15 agosto), Piacenza, Bobbio, S. Alberto e Tortona, per complessivi 927 chilometri. Il secondo percorre la Via Trionfale e toccherà Viterbo, Orvieto, l’abbazia di M. Oliveto Maggiore, Siena, La Verna, Eremo di Camaldoli, Firenze, Pisa, La Spezia (raggiunta il 15 agosto), Genova, Santuario Madonna della Guardia di M. Figogna, Gavi, Novi Ligure e Tortona, dopo 810 chilometri di strada, tutta a piedi, da bravi pellegrini. “I nostri otto pellegrini – annota il bollettino – sono bravi figlioli, i quali fanno bene sperare di sé per la pietà e lo studio. Furono accompagnati fino al Ponte Milvio dai loro compagni; là si separarono, e i due gruppi presero vie diverse. Da Roma ci scrivono che fu un momento commovente”. La vigilia dell’inaugurazione non può mancare l’ultimo fastidio per il cuore di Don Orione che ne dà notizia a Don Sterpi: “Il Signor Riccardo ed altri sono venuti stamattina a dirmi che molte persone non vogliono entrare nel Santuario, perché si è sparsa la voce che la volta cederà e già ha ceduto. Bisogna fare subito il collaudo e rassicurare la popolazione”. È quanto si fa immediatamente per togliere ogni dubbio, anche se il tutto si rivelerà un supplemento non necessario di fatiche in quegli ultimi giorni. I chierici lavoratori del Santuario sistemano centinaia di sacchi di sabbia sul punto ritenuto più debole del pavimento, che corrisponde alla volta più distesa della cripta sottostante. Per gli increduli, come S. Tommaso, posano in una fotografia che diverrà storica. “Agile come una strofa del più gentile poeta – scrive Franco Berra – il Santuario, che era parso sogno dorato ma irrealizzabile, si è invece fatto realtà splendente. E a guardarlo viene da pensare che soltanto da l’ardire e l’entusiasmo della fede di Don Orione ha potuto dare vita a quella stupenda opera d’arte e di fede”. Per l’inaugurazione è scelta la festa della Madonna della Guardia (29 agosto). Il Santuario è dedicato alla Vergine Santissima, venerata e invocata sotto il titolo di Maria Mater Dei. La Chiesa sotterranea (o cripta) è dedicata a S. Bernardino. Il 29 agosto, alle cinque del mattino, Mons. Simon Pietro Grassi, Vescovo di Tortona, inizia il sacro rito per la benedizione del Santuario. Prima viene benedetta la cripta, poi, con aspersione, la parte esterna del Santuario, da dove la processione dei sacri ministri entra nel tempio, tenuto completamento sgombro, ed occupa la navata centrale. A benedizione compiuta si intonano le Litanie dei Santi e Mons. Vescovo si accinge a celebrare la prima Messa nel Santuario, in una Chiesa stipata di fedeli. Il momento più solenne della cerimonia è la presa di possesso del Santuario da parte della Madonna della Guardia, la Celeste Guardiana. A spalle, otto sacerdoti, tra cui Don Orione, trasportavano la statua di Maria dalla vecchia cappella al grandioso Santuario, tra evviva della folla e lacrime di consolazione. Ora la Vergine Santissima troneggia dal suo tempietto e si può intonare il Te Deum di ringraziamento. La Messa solenne De Angelis delle ore dieci è celebrata da Padre Stefano Ignudi e cantata da 400 chierici. Padre Antonio da Trobaso legge la supplica alla Madonna della Guardia le cui lodi, nel discorso ufficiale, sono tessute, alla presenza delle massime autorità, da Don Benedetto Galbiati, il predicatore della Novena. La benedizione ai malati, che si protrae sino alle due del pomeriggio, con Don Orione spossato dalla fatica, pone termine alle cerimonie del mattino. Preceduta dallo stendardo di Maria e scandita dagli inni religiosi eseguiti dalle Bande Musicali di sei istituti della Piccola Opera: Venezia, Roma, Fano, S. Severino Marche, Novi Ligure e Borgonovo Val Tidone, si snoda nel pomeriggio la processione al Castello e al Duomo, per la professione di fede con la recita del Credo. “Ed ecco uno spettacolo nuovo a Tortona – riportano le cronache della memorabile giornata – e, certo, unico al mondo. In testa alla schiera dei chierici e dei sacerdoti, è un numeroso gruppo di religiosi, di preti di Don Orione, in semplice veste talare: recano in processione gli strumenti del lavoro; gli arnesi con i quali essi, e tanti loro compagni, hanno costruito il Santuario. Carriole che aprono il quadrato, vanghe, badili eretti come labari simbolici, picconi, squadre, livelli, zappe, corde, cinghie ed altro ancora… Come scorta d’onore alla statua della Madonna, vengono poi gli otto chierici giunti da Roma a piedi, in perfetta tenuta da viaggio, col bastone in mano e un sacco sulle spalle; e, proprio davanti ai sacri ministri, due altri chierici, Brinchi e Brunello, e un alunno dell’Istituto, che devono a Maria la guarigione o la incolumità. Ai bravi e vigorosi uomini di S. Bernardino spetta l’onore di portare la statua della Madonna sulla quale piovono fiori a profusione dalle finestre e dai balconi affollati di spettatori. Una massa confusa di fedeli che non finisce più segue il mariano trionfo. Devotamente le cerimonie inaugurali si concludono la domenica 30 agosto con due folti pellegrinaggi provenienti il primo da Casteggio ed il secondo da Arquata Scrivia. Durante la Messa solenne viene eseguita, diretta dall’Avv. Tosini e cantata dalla Schola Cantorum della Cattedrale le Missa Prima Pontificalis di Lorenzo Perosi. Dopo il rito, Don Orione compie la cerimonia della vestizione chiericale per una settantina di suoi aspiranti e riceve i voti perpetui o temporanei di un’altra schiera di religiosi. Nel pomeriggio Don Galbiati tiene il discorso di chiusura: “Che cosa c’è in vista per l’avvenire del Santuario? – conclude con impeto che trascina l’uditorio – Prima di tutto il compimento dei lavori della nuova chiesa, oltre l’ospizio per 350 vecchi che rappresentano ai piedi di Maria le trecento e più parrocchie della diocesi. Le feste sono finite, ma il Santuario Votivo comincia ora la sua vita di grazia e di carità. Di tutto siano rese lodi al Signore e alla Madonna Santissima. Non nobis, Domine, non nobis!”. Il giorno dopo, per Don Orione, “sancta et salubris est cogitatio pro defunctis exorare”, ossia: è santo e salutare il suffragare le anime dei trapassati ed è per lui sacro dovere di gratitudine il pregare per le anime dei benefattori del Santuario e in modo speciale per quelli della famiglia Marchese che ha donato l’aerea per costruirlo. Quel giorno, Don Orione, ha un singolare aneddoto da raccontare: “Tanto tempo fa andai a Montecassino. Avevo allora circa 26 anni e volli andare a visitare lassù il Monastero dei Benedettini, che è un centro di fede religiosa. Entrato, dunque, nella Basilica di Montecassino, vidi in mezzo alla chiesa un catafalco e tutti i monaci che facevano corona. Io mi avvicinai a un frate Benedettino e chiesi: – Per chi avete fatto i suffragi? Mi rispose: Abbiamo fatto l’ufficio funebre per il Senatore Tertullo. Io pensai un po’ e poi dissi: Ma chi è questo senatore, di cui non ho mai sentito dire che sia morto in questi giorni? Mi rispose: È quello che ha dato questo terreno di Monte Cassino a S. Benedetto, 1400 anni fa… Capito? Quel senatore aveva dato il Monte Cassino a S. Benedetto, eremita, prima del 500. Ebbene, è morto il suo benefattore; ma tutti gli anni i Figli del grande Abate fanno il funerale per ringraziamento e per riconoscenza, perché la riconoscenza è fiore di virtù cristiana e sempre la Chiesa ha voluto che i fedeli coltivassero questo fiore… Ebbene, o cari figli, desidero che ogni anno, subito dopo la festa della Madonna della Guardia, si preghi per i nostri benefattori defunti! Sempre, finché ci sarà uno di noi, finché si perpetuerà la Congregazione dei Figli della Divina Provvidenza, subito dopo la festa della Guardia, ci sarà l’ufficio funebre per la famiglia benefattrice, che ci ha fatto tanta carità”.
La grande statua voluta da Don Orione
Don Carlo Pensa secondo successore di Don Orione pone mano decisamente alla realizzazione del sogno del santo Fondatore. Il 19 giugno 1955 scrive al Canonico Perduca e a Don Brinchi: “La grande statua della Madonna dovrà essere collocata sul Santuario come ha detto Don Orione”. Si rivolge poi a tutte le forze della Congregazione, ai Tortonesi e ai devoti della Madonna della Guardia con un invito pressante alla preghiera e alla collaborazione. Tuttavia prima di inoltrarci nella documentazione dettagliata di ogni avvenimento mi pare opportuno chiarire qualche termine per capire a fondo la fede, la certezza e l’entusiasmo di Don Orione che lo portava a realizzare quest’opera gigantesca senza possedere i mezzi necessari. Fu una ispirazione nata dalla sua profonda devozione alla Madonna che consisteva proprio nel vivere respirando Maria come egli stesso ci ha lasciato come testamento: “la vera devozione alla Madonna sta nel respirare Maria”. Noi infatti parliamo spesso del sogno di Don Orione e questa espressione potrebbe portarci sull’irreale. Si tratta invece di una visione chiara, di un progetto studiato nei suoi minimi particolari. Don Orione stesso descrive come sarà il Santuario prima della sua realizzazione, e usiamo le sue stesse parole così ricche di entusiasmo e di fede. “Il Santuario, (scriveva già Don Orione, un po’ anticipatamente, lanciandosi con gli occhi del desiderio) visione di paradiso, ci appare nelle linee più pure ed armoniche, è superbo ed austero: nelle sue guglie snelle e graziose è un delicato ricamo di traforati, di cesellati, è rivestito da una delicatezza e grazia che innamora. Ma il mio sguardo si slancia su per le colonne e gli occhi altissimi e ridiscende e risale a ricorrere rapidamente le infinite linee che si inseguono, si intrecciano, si rispondono su per le volte grandiose”. E l’Avvenire d’Italia – giornale dell’epoca (siamo nel 1930) riporta: “Il nuovissimo Santuario è di stile gotico bizantino aggraziato da quelle finezze di interpretazioni che pur rispettando le linee dello stile originario rendono schiettamente italiana l’opera dell’insigne architetto Mons. Chiappetta, della Città del Vaticano. È della lunghezza di metri 47 per 34 di larghezza e 22 di altezza. La meravigliosa volta poggia sopra 12 colonne e di altre due piccole del Tempietto Votivo, verso il coro, sono di marmo colorato di S. Benedetto, colle basi di “uccellino” di Val Camonica ed i capitelli sono di marmo bianco di Botticino. Magnifico e ricchissimo l’altare maggiore di Macchiavecchia (Svizzera) lavorato a Bergamo: di giallo di Siena e di verde di Varallo. I gradini del presbiterio sono di marmo verde di Polcevera. Le basi dell’imponente, e maestoso edificio sono tutte foderate di granito del lago Maggiore come pure, di granito sono tutte le diverse scale laterali esterne”. Appena terminato il Santuario, alcuni, facendosi forti sull’arditezza delle volte, accesero la fantasia di altri, i quali cercarono di far sorgere un gran panico, tra i pellegrini, proprio alla vigilia della festa, spargendo l’allarme con la speciosa affermazione che le volte avrebbero ceduto sotto il peso della moltitudine facendo crollare il tempio. I nostri chierici ne fecero allora il collaudo trasportando sulla volta centrale 800 quintali di sacchi di sabbia. La gran paura si dileguò come per incanto e sotto l’immane peso rimase schiacciata la voce rauca dei pessimisti. Ma già un anno prima dell’inaugurazione del tempio – dicembre 1930 – Don Orione rivela il suo progetto per la costruzione della grande statua. In quell’occasione lanciava l’appello per la raccolta del rame. Lo riportiamo nuovamente con le sue stesse parole: “Sentite: non avete in casa qualche vecchia pentola o qualche pignattone di rame, che non ne fate più niente? Qualche caldaia rotta, padelle, casseruole, tegamini, scaldaletti? Qualche marmittone da regalarmi per fare la statua della Madonna? – Non avreste dei mestoli, schiumarole di rame, catini, secchi, pompe rotte da solfato, monete di rame fuori corso? Prendo tutto!!! Il rame rotto o che non usate più, non lo darete, in carità, a Don Orione per la Madonna? Su, aiutatemi, o brava gente! Lo sapete che sono povero, e che il denaro o la roba che mi date va tutta in opere buone: lo vedete! Aiutatemi, dunque! E dai rottami di rame balzerà fuori bella, divota la statua della Madonna: sarà maestosa, sarà artistica, sarà splendida, sul Santuario, al bel sole d’Italia! Datevi attorno, questuate rame, o generosi, aiutatemi! Pentole buone o pentole rotte: prendo tutto, basta onorare Dio nella Sua Madre dolcissima. Se occorre, manderò l’asinello della Provvidenza col carrettino per la raccolta, basta avvertirmi. Or dunque, chi non troverà un pezzo di rame, una pentola da dare a Don Orione per la statua della Madonna? Me la mandate voi? Volete che venga io a casa vostra a prenderla qualche pentola rotta? Oh sì, ci vengo! Fatemelo sapere, e verrò: pur di fare la statua della Madonna! Coraggio, e avanti nel bene! Facciamo del bene, o brava gente, facciamo sempre del bene, e il Signore sarà con noi! Fede, fede, o Amici, ma di quella! Di quella che ingrandisce i cuori! E poi invocate fiduciosi la Santa Vergine, e vedrete quante consolazioni, quante grazie, quanti miracoli farà la Madonna!”. Quale sia stato l’esito della questua delle pentole rotte ce lo riferisce Don Orione stesso sul Bollettino del Santuario. “Sapete? Oramai mi danno un nome che nessuno me lo leverà più: mi chiamano il prete delle pignatte rotte. E ben venga anche questo nome, basta servire la Madonna! Nelle feste passo da un paese all’altro alla questua del rame fuori uso, e l’aiuto di Dio e dei buoni non mi manca. Sono invitato anche fuori Diocesi, e giunge rame pure dal Veneto, dal Genovesato, da Torino e fin dalla Sardegna e Sicilia. La storia del nuovo Santuario Votivo dovrà avere un capitolo sulle pentole rotte; sarà una pagina che metterà in rilievo le benemerenze del Clero e di tante anime veramente benefiche, una pagina che farà buon sangue per notizie ancora ignorate, per particolari interessantissimi, pieni di buon umore. A Castelnuovo Scrivia quel Sig. Prevosto Teol. Don Bianchi, coadiuvato dal Parroco Don Angelo Cristiani, che già predicava in quella grossa borgata un triduo solenne in onore del Beato Don Bosco, fece trovare la chiesa parrocchiale gremita di tanta popolazione che pareva una testa sola; e sì che ne contiene di gente la chiesa di Castelnuovo! Castelnuovo Scrivia è stato un po’ la mia Cafarnao negli anni più giovani e più fervidi, ed io lo porterò sempre nel cuore. È un paese di benedizione: ci predicò San Bernardino da Siena, vi celebrò S. Francesco di Sales, è patria del Beato Stefano Bandello, grande Missionario, e di uomini insigni per virtù e sapere, per spirito di religione, di lavoro e di carità. Si sono raccolti più di sei quintali di rame, oltre a trenta chili di monete fuori corso. In quello stesso pomeriggio ho potuto andare anche a Molino de’ Torti. Vi giunsi un po’ sul tardi, che le funzioni erano finite; ma quell’Arciprete, cui tanto devo, aveva preparata la popolazione così che tutti erano in grande aspettativa. Entrato subito in chiesa, mi vidi innanzi un gran mucchio di rame ben ordinato e deposto davanti all’altare della Madonna, a significare la intenzione dell’offerta. Bastò un tocco di campana, e in brevi minuti la chiesa fu ripiena. Data le benedizione a quel rame, salii il pulpito. Il discorso fu un po’ lunghetto, ma molto alla famigliare, poiché con quei di Molino io ci ho assai confidenza e da molt’anni: sono come uno di loro”.
Preti e chierici lavoratori
“Per tre anni, scriveva l’Avvenire d’Italia, del 23 agosto 1931, diverse diecine di chierici di Don Orione, in sottana nera hanno lavorato a scavare diverse migliaia di metri cubi di terra; a portare calce e mattoni, a servire i muratori in quell’enorme cantiere. Era proprio commovente vedere come ancora oggi, si vedono quattro volte al giorno, quella fila di giovani leviti con badili, piccozze ed attrezzi di lavoro sulle spalle muovere dalla Casa Madre e, per Via Emilia, recarsi al lavoro”.
Anche l’Osservatore Romano del 2 settembre dello stesso anno riportava: “La vigilia della benedizione del Santuario votivo dedicato alla Madonna della Guardia, oltre all’arrivo da Roma di otto Chierici che hanno percorso i 900 chilometri a piedi per devozione alla Madonna, è stata allietata dall’arrivo delle musiche provenienti dalle lontane sedi ove la Piccola Opera della Divina Provvidenza stende la sua pietosa azione”.
La Benedizione del Santuario
Una folla enorme è giunta a Tortona da paesi e città vicine. La benedizione del Santuario è stata compiuta da S. E. Mons. Grassi Vescovo di Tortona circondato dal Canonico Don Perduca, da 50 Sacerdoti e 300 chierici di Don Orione e da una moltitudine di popolo. Nella notte migliaia e migliaia di pellegrini erano raccolti nel nuovo Tempio. Il simulacro della Vergine al suono di tutte le campane della città, dall’antico Santuario ha fatto il suo ingresso trionfale nel nuovo. Nel tempio, dopo la benedizione, Don Orione e Don Galbiati, hanno predicato alla folla che andava di continuo ingrossando. Alle 8.30 S. E. Mons. Grassi, ha celebrato la Messa della Comunione generale. Le comunioni distribuite a tarda ora furono molte migliaia. Don Galbiati ha parlato con ardore ed efficacia. Al pontificale, con musica del concittadino Mons. Perosi, le autorità assistettero ufficialmente. Terminata la Messa si è svolta la commovente benedizione degli ammalati celebrata da Don Orione, che si è protratta fino verso le ore 14. Alle ore 17.30 è incominciata la interminabile processione con la statua della Madonna.
Corteo popolare
Alla lettera riportiamo dal “Popolo” settimanale cattolico di Tortona del 6 settembre 1931. “Alle 17.30 uscì dal Tempio la processione che andò sempre più ingrossando man mano che si snodava per il quartiere di S. Bernardino prima di imboccare, tra due fitte ali di popolo, lo stradone provinciale. È una dimostrazione di fede quale raramente è dato di vedere. Dietro lo stendardo di Maria che apre il corteo, la doppia fila dei devoti si stende a perdita d’occhio, senza distinzione di gruppi o di associazioni, intramezzata a lunghi intervalli dalle sei bande venute da Venezia, Roma, Novi, Fano, S. Severino e Borgonovo e disposte in quest’ordine. Ed ecco uno spettacolo nuovo a Tortona e, forse, al mondo. In testa al gruppo numerosissimo dei probandi e dei Sacerdoti di Don Orione, sono i chierici-operai, che recano in processione gli arnesi coi quali essi e tanti loro compagni hanno costruito il Santuario: vanghe, badili, eretti come labari simbolici, carrette, picconi, squadre, livelli, corde ed altro ancora: sono i trofei del lavoro cristiano! La folla, ammirata e commossa, sottolinea con applausi il loro passaggio. Come scorta d’onore alla statua della Madonna, vengono poi gli otto chierici pellegrini, giunti da Roma a piedi, in perfetta tenuta da viaggio, col bordone in mano e con il Sacco sulle spalle e, proprio davanti ai Sacri Ministri due altri chierici e un alunno del “Dante” che devono a Maria la guarigione e la sanità. È già notte quando essa arriva al castello. Don Orione dall’alto della storica torre, illuminata dai fuochi di bengala, suscita sulla marea sottostante ondate di entusiasmo e di pietà cristiana. La stessa scena si rinnova in piazza del Duomo dove, dopo la benedizione Eucaristica, impartita da Mons. Vescovo e uno sfolgorante discorso di Don Galbiati, il popolo giura la sua fede cattolica e il suo amore all’Italia recitando il “Credo”. Le musiche intonano gl’inni religiosi e patriottici e la processione, dopo la rituale sosta nella parrocchia di S. Michele, riprende la via del ritorno”.
Tortona in festa: arriva la grande statua
Nell’agosto del 1956 hanno termine i lavori di ancoraggio delle fondamenta. Esattamente un anno dopo i profilati lavorati ed adattati dalla Ditta Bossi di Milano, hanno già la forma portante richiesta dalla torre. Nell’agosto del 1958 la Ditta costruttrice “Torchio” di Asti completa in gran parte il rivestimento dell’ossatura metallica della torre. È già pronta la grande statua della Mater Dei, opera dello scultore Narciso Càssino di Candia Lomellina. Nel pomeriggio del 13 agosto, dalla fonderia Battaglia di Milano, divisa a settori, parte alla volta di Tortona la statua della Vergine che pesa 120 quintali, amorosamente adagiata su due autocarri: il primo del Piccolo Cottolengo Genovese, il secondo della Ditta Fumagalli di Milano, per interessamento del Comm. Franzosi. L’incontro della statua della Madonna con la Diocesi è fissato in Casteggio da dove, una folla strabocchevole, attraverso Montebello, Voghera e Pontecurone le fa ala sino al Santuario di S. Bernardino, per vederla collocata davanti l’ingresso del tempio, tra fasci di luci di riflettori, pronti ad illuminarla via radio per mano del S. Padre Pio XII. Alle solenni cerimonie, con le massime autorità del Comune e della Provincia, sono presenti i Cardinali Siri e Roncalli, con l’Arcivescovo di Tortona Mons. Melchiori cui fanno ala pellegrini giunti dall’Inghilterra, dalla Svizzera, dalla Francia e dalla Spagna. Don Pensa, purtroppo, non può essere presente perché il cuore stanco non va bene ed il medico ha proibito il viaggio da Roma a Tortona, ma è tra i suoi figli con un commosso messaggio: “Pieno di consolazione e di conforto, vedo il voto di Don Orione realizzarsi. La grande statua della Madonna fusa col rame offerto dai devoti di Maria, copre col suo materno manto le tombe dei suoi apostoli e benedice la terra tanto cara ai loro cuori. Stringonsi intorno al venerato simulacro i Figli della Divina Provvidenza, le Piccole Suore Missionarie della Carità, l’intero popolo e le autorità del tortonese guidati dal venerato pastore. La santa Chiesa è presente col Vicario di Cristo che illumina la statua da Roma, presente con due suoi Prìncipi, decoranti la sacra cerimonia con lo splendore della porpora romana. Baciando il piede del grandioso simulacro, rinnovo con presenti tutti la consacrazione al cuore di Maria affidando alla sua custodia la promessa di fedeltà a Cristo, di incondizionata ubbidienza al suo Vicario. Viva Maria! Viva Don Orione!”.
Pio XII benedice e illumina la statua della Vergine
Alle ore 21 del 28 agosto giungono al santuario i Cardinali Siri e Roncalli, l’Arcivescovo Melchiori, il Vescovo ausiliare Angeleri, il Vescovo di Bobbio, Mons. Zuccarino e tutte le autorità per attendere il collegamento con la radio vaticana, previsto per le ore 21.15 e preannunciato con uno squillo di tromba. All’ora stabilita risuona il concerto delle campane di S. Pietro, nel silenzio della sera: “Laudetur Jesus Christus! – esordisce l’annunciatore – Qui la Radio Vaticana”. Dalla residenza pontificia di Castelgandolfo trasmettiamo la benedizione Apostolica che il S. Padre Pio XII impartirà tra qualche istante ai fedeli della città di Tortona e a tutti gli altri in ascolto, in occasione della inaugurazione della statua della Vergine Santissima della Guardia per la torre del Santuario eretto da Don Orione. Prima di impartire la Benedizione Apostolica, il santo Padre, mediante impulso elettrico, trasmesso per radio, illuminerà il novello simulacro. In attesa che giunga il S. Padre, vi diamo qualche notizia sulla manifestazione che si svolge in questo momento a Tortona. La nuova statua della Madonna della Guardia, che oggi si inaugura, corona un ardente voto di Don Orione, il moderno apostolo della Carità. Esattamente 40 anni fa, il 29 agosto 1918, egli si faceva promotore di un voto cittadino alla Madonna per un pronto avvento della pace. La promessa di innalzare un tempio alla Vergine fu adempiuta, e il Santuario fu ultimato nel 1931. Quel giorno, 29 agosto, Don Orione promise ancora di innalzare, accanto al Santuario, un’altra torre, come piedestallo a un grande simulacro della Vergine, facendo appello ai fedeli ed amici; affinché gli fornissero il rame ed il bronzo necessari. Oggi, a distanza di 18 anni dal pio transito dell’ardente apostolo di Maria e della cristiana carità, il voto si adempie. Sulla torre, alta 60 metri, sarà posta la grande statua della Madonna col Bambino Gesù benedicente: il simulacro è alto 14 metri e pesa 120 quintali, che rappresentano le infinite offerte in rame da parte di numerosi amici di Don Orione e delle sue opere caritative. Tra qualche istante il S. Padre chiuderà il circuito elettrico predisposto per trasmettere a Tortona un segnale radio che chiuderà a sua volta il circuito elettrico per l’illuminazione della statua. Il segnale potrà essere anche ascoltato con un suono acuto e prolungato. Il S. Padre è presso gli apparecchi, e si accinge a premere il pulsante”. Nel silenzio della sera si ode un acuto e prolungato sibilo. Un fascio di luce intensissima investe la grande Statua della Madonna. Applausi ed acclamazioni salutano il memorabile evento. I Cardinali, i Vescovi e le autorità si levano in piedi e si uniscono all’applauso prolungato dei presenti. “Il Santo Padre – riprende l’annunciatore – si appresta a dare la Benedizione Apostolica ai presenti alla cerimonia in Tortona e a tutti i fedeli in ascolto”. La formula liturgica della benedizione viene scandita dal Vicario di Gesù Cristo con la consueta forza di interiore pietà, in lingua latina; ne diamo la traduzione: “I Santi Apostoli Pietro e Paolo – esordisce la voce benedicente del S. Padre – nella cui potestà e autorità confidiamo, intercedano per noi presso il Signore. Amen. Per le preghiere e i meriti della beata sempre Vergine Maria, del beato Michele Arcangelo, del beato Giovanni Battista e dei santi Apostoli Pietro e Paolo e di tutti i Santi, abbia misericordia di voi Iddio Onnipotente e, perdonati tutti i vostri peccati, Gesù Cristo vi conduca alla vita eterna. Amen. Il perdono, l’assoluzione e la remissione di tutti i vostri peccati, uno spazio di vera e fruttuosa penitenza e l’emendazione della vita, la grazia consolatrice dello Spirito Santo e la perseveranza finale nelle buone opere vi conceda il Signore onnipotente, Padre e Figliuolo e Spirito Santo, discenda sopra di voi e rimanga sempre. Amen”. Mentre nell’aria della sera si diffondono fervidissimi applausi e grida di: Viva il Papa!, l’annunciatore della radio vaticana conclude: “Il Santo Padre Pio XII ha impartito la benedizione apostolica in occasione della inaugurazione della grande statua della Vergine, presso il santuario della Guardia di Tortona, eretto per voto di Don Orione. Qui la radio vaticana. Fine della trasmissione. Laudetur Jesus Christus”. Subito dopo echeggiano le note dell’Inno Pontificio suonato dalla banda musicale dell’Istituto Manin di Venezia. Ricomposto il silenzio, il Cardinale Siri, Arcivescovo di Genova, imparte alla grande statua la benedizione, con una esortazione: “Io vi prego di guardare questa statua. Questa statua avrà per basamento il campanile: ci andrà nei prossimi mesi. Non sarà piccola cosa fissarvela, una statua di questo genere: ma ci andrà. E così allora, anche materialmente, il voto e il desiderio di Don Orione sarà compiuto. La statua avrà per basamento il campanile. Io vi prego di osservarla. E forse non è senza significato che il campanile questa sera non sorregga ancora la statua. Questa statua ha un altro basamento, che è più grande del campanile, che è più solido della struttura del campanile. Il fondamento di questa statua è la vita di Don Orione. Il fondamento di questa immagine della Vergine e l’Opera che egli ha creato, con quello spirito, e con quella semplicità, con quella immediata aderenza agli umani bisogni, che fa non solo saggia ed integra, ma splendida la carità che ci ha insegnato nostro Signore Gesù Cristo. Il vero basamento di quella statua si chiama Don Orione, con tutto quello che l’Opera sua rappresenta di lui magnificandone la vita. Credo che non ci sia niente di strano a pensare ad un simile basamento, che speriamo la Divina Provvidenza voglia illuminare presto di ben altri fulgori”. Gli applausi cedono ora il posto alla preghiera per una notte di veglia ai piedi della Madonna della Guardia. Il Cardinale Roncalli dice la sua Omelia – chiamata poi dei quattro splendori – durante la Messa solenne del 29 agosto, pontificata da Mons. Angeleri, Vescovo ausiliare di Tortona, e aggiunge lo splendore di un suo personale ricordo del Padre dei Poveri: “Io ricorderò d’aver incontrato Don Luigi Orione a Roma, una volta; non lo conoscevo ancora. Dovevo fargli una comunicazione. Entrai nel cortile, stava giocando a piastrelle con quattro o cinque poveri ragazzi non ben vestiti. Mi vide “Reverendo, attende qualche cosa?” Sì, attendo Don Orione. Egli disse: “Mi lasci finire la partita e poi mi lavo le mani e sono da lei”. È questo l’indizio, un cenno, una linea di un sacerdote; di un sacerdote che fa la carità a questi quattro o cinque poveretti. Prendete questo episodio, che è semplice, ma che diventa simbolo di tutto questo piegarsi ai bisogni, alle esigenze dei poveri: l’esordio della carità e della pazienza, che tanto costa! I padri e le madri lo sanno bene che occorre la pazienza con i loro ragazzi; e lo sanno quelli che prendono sopra di sé la cura di tanti insieme, senza che siano parenti loro secondo la legge della carne e del sangue, ma solo perché ve li spinge la carità di Nostro Signore. Pensate, pensate che sacrificio! È lì la carità, è lì lo splendore della Chiesa Cattolica, è lì il Cristo che palpita sempre, che splende sempre, che avvolge e che circonda e abbraccia tutti gli uomini: la carità!”.
Papa Giovanni XXIII illumina la grande statua, fa giungere il suo radiomessaggio e benedice
Il 9 ottobre, Pio XII, il primo protettore della Piccola Opera, rende l’anima generosa a Dio. Il conclave, il giorno 28, chiama a succedergli il Cardinale Angelo Giuseppe Roncalli, patriarca di Venezia, che assume il nome di Giovanni XXIII. Dolore e gioia si susseguono nel cuore di Don Pensa che, il giorno stesso dell’elezione, raggiunge i suoi figli spirituali e gli amici, con un devoto pensiero: “La prima immagine del sommo pontefice Giovanni XXIII, della cui elezione abbiamo gioito come di una vera grazia della Madonna della Guardia e di Don Orione”. Ma non si capirebbe bene tutta la sua gioia se non si accennasse ad una lettera che, il Vicario Don Zambarbieri, a nome suo, il giorno 22, aveva inviato a chi, conclave sedente, era ancora il Cardinale Angelo Giuseppe Roncalli. Diceva quella lettera: “Nei giorni scorsi ero a Roma accanto al nostro caro Superiore generale Don Pensa e speravo tanto unirmi a lui, se fosse stato possibile, per venirla ad ossequiare. Lo si desiderava tanto, Eminenza, ma il suo Rev.do segretario ci ha pregato di rimandare a dopo il conclave e non abbiamo osato insistere, ben intuendo le particolari sue occupazioni di questi giorni. L’Eminenza vostra voglia gradire almeno il pensiero e la sollecitudine devota del nostro Superiore generale che, rimessosi dalla grave infermità per cui neppure poté essere presente alle solenni celebrazioni della Madonna della Guardia, intendeva venire da vostra Eminenza per ripeterle, a nome e col cuore di tutta quanta la nostra povera famiglia religiosa, il ringraziamento più sentito per la benevolenza davvero insigne dimostrataci nell’onorare con la presenza i riti della Madonna della Guardia. E soprattutto desiderava, il nostro caro Don Pensa, dire di persona che, a ricambio della paterna bontà sempre usataci, e verso le nostre Case di Venezia e più recentemente col dono grande davvero della sua presenza a Tortona in una circostanza per noi tanto solenne, tutti i Figli di Don Orione le sono come non mai vicini con la preghiera in queste giornate di ansia e di trepidazione per tutta la grande famiglia cristiana”. Il cuore buono di Don Pensa desiderava essere ricevuto in udienza da un Cardinale. Don Pensa, dopo il conclave, sarà ricevuto in udienza dal nuovo sommo Pontefice Giovanni XXIII, il 30 maggio 1959, in un incontro al quale, eccezionalmente, si unisce lo scultore Narciso Càssino, nel desiderio di far cosa gradita al S. Padre con l’offerta in omaggio di un modello e con questa dedica sul basamento: “A S.S. Giovanni XXIII con devoto e riconoscente amore”.
Fervono i preparativi
Per le feste di agosto il cortile del Santuario è tutto un febbrile cantiere da parte della ditta Elia di Torino che sta preparando l’incastellatura per far salire la statua della Madonna sopra la torre votiva. Fiducioso, Don Pensa invita Papa Giovanni ad aggiungere splendore a splendore una volta che la statua brillerà sulla cuspide agilissima, come aveva già fatto il suo predecessore Pio XII. Il 9 luglio, due giorni dopo la supplica, il sostituto Mons. Dell’Acqua comunica da parte del S. Padre: “Con la devota lettera del 7 corrente mese la Signoria Vostra Rev.ma chiedeva che il S. Padre volesse illuminare via radio, la statua della Madonna, che sarà inaugurata al Santuario di Tortona, il 29 agosto p.v., trasmettendo anche un breve messaggio. Sono in dovere di comunicare alla S.V. che l’Augusto pontefice si è benevolmente compiaciuto di accogliere la pia istanza”. La sera del 26 agosto la statua della Madonna è trainata dal cortile del Santuario nella cosiddetta apertura di corsa, un vano ascensore predisposto entro l’incastellatura metallica che ha richiesto la messa in opera di circa 25 chilometri di tubatura Dalmine, fino a raggiungere gli 80 metri da terra. Il giorno 27 tutto è pronto per la manovra che sta per svolgersi alla presenza di una folla innumerevole, di fotografi e di operatori cinematografici. Un applauso accoglie l’arrivo di Don Pensa, pallido per l’emozione, dei membri del consiglio generalizio della Piccola Opera, di Mons. Angelo Zambarbieri, vescovo di Guastalla che predica la novena sul tema: Don Orione e la Madonna. Alle ore 9,50 si ordina il silenzio nel cantiere ed entra in funzione l’argano elettrico, capace di sollevare un peso pari a 150 tonnellate. La statua della Madonna inizia il suo lentissimo moto ascensionale, seguita di pari passo da due uomini-scoiattolo che ne spiano ogni minima oscillazione, inerpicandosi nel traliccio dell’incastellatura. Dall’interno del Santuario, attraverso gli altoparlanti, si riversa l’onda dei canti e delle preghiere, che accompagnano l’ascesa della statua: “La Madonna si è sollevata ora da terra, salutiamola con il canto della Salve Regina”. Don Pensa, intervistato dalla radio Vaticana, dichiara vivamente commosso: “Il voto di Don Orione si compie. Deo gratias et Mariae. Rivolgo un filiale e riconoscente pensiero al S. Padre Giovanni XXIII che, domani sera, col radiomessaggio, coronerà la solenne intronizzazione della Madonna. Viva Maria!”. Alle ore 10,36, dopo 46 minuti di trepida ascesa, la Madonna è giunta all’altezza verticale stabilita. Si applaude e si prega per l’ultimo movimento, quando la statua, trainata a mano da un potente verricello, si sposta in linea orizzontale per andarsi a collocare sopra la base. Alle ore 11,15 musiche e preghiere si fondono con le acclamazioni, a sottolineare l’adempimento del voto e, dall’alto della torre, giunge la voce di Don Pollarolo per la prima supplica alla Vergine in un tripudio di bandiere pontificie ed italiane. Il 28 agosto, a sera, sono presenti i Cardinali Siri, arcivescovo di Genova e Urbani, patriarca di Venezia, i vescovi Melchiori di Tortona, con l’Ausiliare Angeleri, Gagnor di Alessandria, Barbero di Vigevano, Schiavini ausiliare di Milano, Zuccarino di Bobbio, Zambarbieri di Guastalla, Zerba, Segretario della sacra Congregazione dei Sacramenti, l’ambasciatore presso la S. Sede Migone, parlamentari e immenso popolo. Dal palazzo Pontificio di Castelgandolfo il S. Padre Giovanni XXIII, mediante impulso elettromagnetico della radio Vaticana accende l’impianto di illuminazione della statua della Madonna. Un sibilo acuto penetra l’aria e la statua della Madonna brilla in alto improvvisa, nell’oscurità della notte, mentre sale dalla folla immensa di fedeli un applauso prolungato che si ricompone nuovamente nel silenzio per ascoltare il messaggio di Papa Giovanni.
Radiomessaggio di Giovanni XXIII
“Con viva letizia e non senza commozione, – e si sente che la voce del S. Padre è veramente commossa – diletti figli, Noi abbiamo steso la mano sul congegno che ha mirabilmente trasmesso attraverso lo spazio la energia, onde si è illuminata la statua della Madonna. Come non riportarci, con la memoria, all’anno scorso, quando, in questo stesso 28 agosto, noi fummo in mezzo a voi col signor Cardinale Siri, arcivescovo di Genova, col vostro Arcivescovo venerato Monsignor Egisto Melchiori, col suo solerte Coadiutore ed il clero diocesano, per partecipare alla solenne festività della Madonna della Guardia? Tale ricordo ci è ancora motivo di intimo compiacimento e ravviva la consolante visione spirituale che voi ci offrite in questo momento ed in maniera così singolare rendendoci quasi reale la nostra presenza in mezzo a voi, osannanti, con voi, alla celeste regina. Voi avete voluto grande la statua della Madonna e collocata in alto, sovrastante le vostre case e le vostre campagne per rendere omaggio alla santità eccelsa della Madre del Redentore, la quale umile in terra, è stata esaltata al di sopra dei cori angelici nei regni celesti, e per trarne, insieme, auspicio di protezione. Voi volete la santissima Vergine in cima ai vostri pensieri e ai vostri affetti, amabile regina delle anime vostre, guida sicura delle vostre volontà e sostegno dei vostri passi, ispiratrice sublime nella imitazione di Gesù Cristo, modello di vostra santificazione; e volete, inoltre, che, dall’alto, Ella guardi alle vostre case, protegga le vostre famiglie, suggerisca ai vostri figli desideri di cielo e propositi di purezza. Segua maternamente, come auspicava con felice pensiero Don Orione, anche i passi dei frettolosi che non entrano in Chiesa, sospinti dagli interessi effimeri di una povera vita, e infine mostri a tutti l’unica cosa necessaria alla salvezza dell’anima: amare Iddio con fiducioso abbandono nella sua misericordia e con docilità ai suoi sapienti voleri. Tanto più volentieri, adunque, noi abbiamo illuminato codesto simulacro, perché esso vi ricorderà tutte queste cose, riporterà le vostre coscienze ai fervori di così solenne giornata mariana e rimarrà a voi ed ai vostri discendenti segnacolo e pegno di celeste protezione. I romani pontefici, nel corso dei secoli, hanno sempre ascritto a loro dolcissimo dovere ed altissimo onore circondare di luce la Madonna; illustrare, cioè, alle menti dei fedeli le grandi verità rivelate da Dio sulla sua santissima Madre, sì che queste, per il magistero infallibile della Cattedra di Pietro, sono state proclamate, dichiarate e definite parti integranti ed inalienabili del deposito della fede affidato alla santa Chiesa. I dogmi dell’Immacolata concezione e della Assunta sono, in ordine di tempo, le luci più recenti che, per l’assistenza dello Spirito Santo, i Papi hanno fatto rifulgere sul capo della Madonna. Da queste considerazioni prenda nuova lena il vostro animo, o diletti figli, nel fuggire il male e nell’operare il bene; nel promuovere l’incremento della pietà religiosa e nel conservare totale fedeltà a Gesù Cristo ed alla sua Chiesa. L’Immacolata Madre di Dio vi assista, propizia, con la sua amorevole intercessione presso il trono dell’Altissimo: vinca sua guardia i movimenti umani e vegli sul vostro cammino verso il Monte del Signore, affinché possiate raggiungerlo con le mani innocenti ed il cuore puro. E sia pegno di così segnalati ed auspicati favori celesti, oltre che della nostra viva benevolenza, la propiziatrice benedizione apostolica, che vi impartiamo con paterno affetto”.